Galleria Paolo Erbetta – Nicola Vinci: Convalescenza e purgatorio

Paolo Erbetta, arte contemporanea
Paolo Erbetta

Partiamo dall’impatto immediato. I lavori di Nicola Vinci (Castellaneta, 1975) in primo luogo colpiscono per un paio di caratteristiche preminenti, direi lineari: si mostrano come opere fotografiche, si propongono come eleganti dittici e trittici, mostrano persone e cose entrambe ai limiti della natura morta; ma naturalmente queste coordinate non portano a nulla.
Un’osservazione più serrata delle opere infatti rivela, e in molti modi, la loro natura duplice; nella loro peculiare materialità, innanzitutto. In esse infatti le tecniche meccanico-digitali di produzione – l’uso della fotografia e la stampa digitale – non sono che il supporto per un’azione intensamente manuale fatta di interventi a pigmento, fatta di scritture graffitate a punta di metallo, fatta di inclusioni entro cornici a vetro che non solo proteggono l’opera ma ne virano il senso; e vedremo come. Queste azioni individuano, feriscono, macchiano di un sangue d’arte, e infine ospitalizzano l’altrimenti multipla, meccanica e immacolata superficie della stampa fotografica.
Pezzi unici, dunque, com’è unica la vita di ognuno di noi: pezzi simbolici allora, già per come essi sono, prima ancora che per ciò che dicono.

Berlino Arte Contemporanea Paolo Erbetta
Berlino Arte Contemporanea Paolo Erbetta

Immagini in sospensione precaria fra eternità e caduta, fra miracolo e martirio, o più banalmente fra vita e morte. Figlie naturali del sincretismo – tutto proprio della nostra Magna GrÊcia – fra cattolicesimo e resistenze pagane; fra il potere dell’incantesimo e la litania salvifica. Opere che, quindi, alla luce del barocco trionfante, sono di salvezza e di timor mortis, e che bianche come i marmi parii, elevano e separano la sfera del divino fino a occultarla completamente con gli apparati del secolare, del simbolico.

I lavori di Vinci sono pertanto vivi di un’elegante euritmia, di una dominante candida variamente evocativa. Rituali ma non mistici, simbolici ma carnali. E difatti questa stereometria risulta alterata da un angolo infinitesimo di inclinazione, da una variazione fuori schema, da uno sbilanciamento, più selvatico. Sono animate da una forza originaria, animale, connessa all’istinto di sopravvivenza; qualcosa di irrappresentabile e che pertanto resta non rapresentata. Un’anima nera, malata – in senso figurato – ferita se si preferisce, occultata e in cerca di una forma socialmente conveniente per coprire la sua convalescenza. In esse l’apparenza umana è messa in scena nel purgatorio del non-ancora e del non-più.

Sono insomma immagini ambigue com’è ambigua da sempre e per sempre l’immagine: e questa duplicità non è un suo effetto collaterale, ma una sua componente essenziale. Rimbalzando fra la sobrietà di formati regolari e riduzioni cromatiche, e un pathos sovradeterminato, il testo visivo contemporaneo mostra solo in modo più esplicito tale natura bifronte. La fotografia in modo particolare, anche quando la sua apparente regola viene ibridata tanto radicalmente. C’è infatti nella natura stessa del mezzo fotografico qualcosa di mortuario e qualcosa di miracoloso – lo notava Barthes ormai tanto tempo fà. Un’accezione ormai datata, ma ancora efficiente, di fotografia porta ad immaginare quest’ultima come una specie di teca magica nella quale preservare in eterno le “immagini” di cose, persone o fatti svaniti, perduti, morti. In questo senso le fotografie di Vinci sono fotografie al quadrato, oltre che per il formato, anche perché nelle iconografie esse inglobano quella stessa logica convalescente, sospesa fra perdita e rigenerazione, che la fotografia ha storicamente incorporato.

Ricominciamo a osservare la serie del giovane artista pugliese per avvicinarci a una conclusione provvisoria e sospesa. Ancora dualità: l’immagine iconica è filigranata dal testo scritto. un testo interrotto, incompleto: un talismano che nel suo restare inconcluso, tiene in vita l’uomo, l’artista, lo spettatore. Alter-ego di personaggi che sono corpi feriti o distesi nell’estasi o nello spasmo, in un coma scenografico, in un sonno senza sogni che prende la forma di un incubo. Immagine e presenza, queste figure sono anche persone, ma viste da un punto di osservazione sovrumano: mai dritto negli occhi. Forme simboliche impaginate, né più né meno degli oggetti che li connotano. Solitari, ciascuno nel proprio giaciglio, nella propria teca, come i santi di strada.
Nella sintassi delle apparizioni, seriali, spettrali, va cercata la fausta sequenza dell’incantesimo: la formula apotropaica che, in questo stato purgatoriale di sospensione, di lenta guarigione da una qualche ferita originaria, tenga la vita dalla nostra parte. Un’esistenza da affrontare con lo slancio del dannato e col disperato coraggio del ferito a morte ma anche con l’intensa purezza del prescelto e lo stupore radioso del guarito.

Sto usando un linguaggio che di solito non mi appartiene, per questo gli affianco un testo silente che in qualche modo non verbale declina i punti cardinali del mio sguardo sul lavoro. Usare però questo insolito tenore della scrittura credo sia l’unica forma decente di approssimazione: l’unico protocollo di avvicinamento ad un lavoro che altera il mio asse critico, la mia euritmia, il mio candore. E infligge un’elegante ferita al mio sguardo che nello scrivere celebra, anch’esso, il rito della propria convalescenza.